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Ansia: la fobia, l’ipocondria, l’attacco di panico e il disturbo ossessivo compulsivo – Uno sguardo dalla clinica floreale

INTRODUZIONE
L’oggetto di questo lavoro è portare un approccio dal punto di vista della clinica floreale, su questi disturbi così frequenti nelle visite quotidiane e che – per lo meno nel nostro paese – occupano un importante spazio in pubblicazioni e note giornalistiche in mezzi radioifonici e televisivi.
Ugualmente, sempre di più, sorgono istituzioni che si specializzano nell’affrontare questi problemi, offrendo differenti punti di vista per il loro trattamento.

Assistiamo ad una “scoperta”, in larga misura reclamizzata mediáticamente, di questi quadri clinici, che sono sempre esistiti, e sono ben conosciuti nella psicopatologia. Tutti questi malesseri  sono compresi nel gruppo dei Disturbi d’Ansia come classificati dal D.S.M – IV, (ndr. quarta versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, in inglese Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – appunto DSM – pubblicato dall’ American Psychiatric Association (APA) nel 1994). (…)

Con la terapia floreale possiamo contare su eccellenti strumenti per il trattamento dei disturbi di ansietà. Tuttavia, pochi pazienti e, ancor meno professionisti della salute mentale, tengono in considerazione queste possibilità. Nonostante ciò, perfino con la terapia floreale, dobbiamo essere cauti ed effettuare una corretta analisi, senza affrettarci.

Faccio questo commento, perché molti pazienti si autodiagnosticano “attacchi di panico“, magari influenzati dalle informazioni che circolano diffuse dai mezzi di comunicazione, invece che con una corretta diagnosi. In altre occasioni capita che siano diagnosticati da medici clinici che li etichettano con un titolo affrettato e quello che è peggio, prescrivono psicofarmaci che queste persone consumano praticamente tutta la vita, anche, in molti casi, quando i sintomi sono già spariti. Il pretesto che questi pazienti utilizzano è che “nel dubbio” continuano ad utilizzare il farmaco, dando vita in questo modo ad una doppia assuefazione: fisica e psicologica.

Ci troviamo anche con pazienti che da molto tempo soffrono di manifestazioni reali di fobia, ipocondria, DOC (disturbo ossessivo compulsivo) o attacco di panico e non hanno avuto una diagnosi corretta, e per questo il loro trattamento è inadeguato o inesistente.
Sebbene ci sono numerose essenze floreali nei diversi sistemi del mondo che permettono di affrontare la paura e l’ansietà in tutte le loro dimensioni, voglio centrarmi su un altro aspetto della personalità di questi pazienti che sembra essere passata inosservata non solo ai terapeuti floreali in generale, bensì anche agli “specialisti del settore” che affrontano questa problematica con terapie convenzionali.

È un aspetto che, per la sua importanza, ci deve fare girare lo sguardo nella direzione in cui deve incentrarsi il trattamento per questo tipo di paziente, dato che la paura, il panico o l’ansietà estrema sono un sintomo che sebbene sia da considerare, normalmente non è altro che una cortina di fumo che occulta il nucleo centrale del problema. Questo tema al quale mi riferisco, può spiegare il perché, pure utilizzando correttamente le essenze floreali per la paura e l’ansietà, il paziente non verifica sempre il miglioramento atteso.
Al principio, quando cominciai a mettere in pratica queste osservazioni (circa dodici anni fa), credevo che questo fattore si presentasse solo in alcuni casi e che non era, pertanto, una regola da generalizzare. Tuttavia, la ripetizione sistematica dello stesso, fece in modo che cambiassi opinione e mi decidessi a illustrarlo, in principio ad alcuni colleghi e, in seguito, scrivendo questo lavoro che oggi pongo alla vostra considerazione.
Come vedremo di seguito, questa analisi che presento, non è qualcosa di difficile da scoprire, ma tuttavia, non ho mai sentito alcun commento su questo aspetto e quando i terapeuti che si dedicano a questi temi spiegano le caratteristiche dei tormenti si limitano a descrivere i sintomi e sensazioni che i pazienti manifestano.

In questo modo, quando qualcuno di questi pazienti legge qualche articolo o guarda un programma televisivo dove si menziona la sua problematica, immediatamente si “identifica” con le parole degli oratori.
Ancora di più, quando gli specialisti parlano delle “cause” sottostanti a queste manifestazioni, hanno l’abitudine di minimizzare la sfera psicologica, preferendo parlare di “alterazioni dei neurotrasmettitori cerebrali…“, fino “all’incidenza genetica”. Tutti questi fattori possono esercitare la loro influenza sulle modificazioni della condotta e – nel caso delle alterazioni chimiche – del funzionamento cerebrale, e questi possono essere “compensati” con un farmaco adeguato. Normalmente si consiglia, parallelamente, un trattamento psicologico individuale o di gruppo, preferibilmente con una terapia cognitiva.

È ovvio che non si può scartare l’incidenza dei fattori genetici e/o alterazioni neurochimiche in nessun tipo di disturbo umano. Ma bisogna anche avere chiaro che l’organismo non può fare niente per sé stesso. In altre parole: al cervello non gli è capitato di cominciare a secernere determinati neurotrasmettitori, o inibire la produzione di altri, per proprio conto e senza motivo alcuno. Questo succede per qualcosa, e quel qualcosa, quel senso (in tutte le malattie), può essere scoperto e compreso conoscendo in profondità la storia dell’individuo. Da lì il valore della messa a fuoco “clinica” e dell’intervista, strumento fondamentale di ogni processo diagnostico.
Ogni persona sia quando soffre che quando è felice, genera cambiamenti chimici (ormonali), rilevabili nell’organismo.
Inoltre, se la maggioranza di questi disturbi si riduce a squilibri nella chimica cerebrale, bisogna domandarsi perché un’innumerevole quantità di pazienti consumano per anni ed anni gli psicofarmaci prescritti senza ottenere alcun miglioramento.

Nel lavoro clinico con questo tipo di pazienti ho trovato sempre e senza eccezione, oltre alla paura, all’ansietà, al tormento mentale e/o a circostanze esterne che hanno potuto scatenare questi sintomi, tratti profondamente accentuati di possessività, carenza affettiva, sentimenti di esclusione e solitudine. In altre parole, una vera “dipendenza affettiva.” Se parliamo nel linguaggio floreale di Bach, (la persona più conosciuta da tutti noi), ciò ci riporta a problematiche strettamente CHICORY– HEATHER- HOLLY.
Questo si può controllare semplicemente, facendo una storia clinica dettagliata, ed inoltre prestando attenzione alle frasi che pronuncia il paziente, dato che sono assolutamente rivelatori della costellazione affettiva dominante.

FONDAMENTI TEORICO-CLINICI

Le carenze affettive in tutte le loro forme di manifestazione, si possono trovare continuamente nelle consultazioni quotidiane. Per questo i pazienti utilizzano una gran varietà di meccanismi che, nella parte più profonda, ci riportano a questo tema. La maggioranza di essi sono ampiamente conosciuti e scoperti a tutti coloro che si dedicano alla terapia floreale o alla psicologia clinica. Citerò alcuni esempi, come l’utilizzo di malattie o sintomi isolati per ottenere attenzione e pena; proiettare la colpa sugli altri per non diventare responsabili dei propri atti e, inoltre, per avere influenza su essi e manipolarli; l’avere bisogno di qualcuno per parlare esclusivamente dei propri “terribili problemi” che sono molto più importanti di quelli del resto delle persone, etc.
Fino a qui, niente di nuovo. Noi terapeuti floreali lavoriamo quotidianamente con questo tipo di paziente. Io normalmente ringrazio gli altri sistemi floreali, successivi a Bach, che ci forniscono altre essenze per lavorare queste situazioni affettive che risultano un compito pesante per i tre fiori direttamente legati a questa problematica dal sistema BachCHICORY- HEATHER- HOLLY, (le essenze dell’amore). Di esse solamente, potrebbe iscriversi un libro intero.
Dopo avere presentato il tema oggetto del presente lavoro, voglio focalizzarmi su vari punti di vista teorici e clinici.

Dice Ricardo Orozco nel suo “Manual para Terapeutas Avanzados”, del sistema Bach, riferendosi a CHICORY:  “… Questo è un esempio, non l’unico, di come un fiore del sistema rompe un schema di gruppo, (Gruppo I di Bach, “della paura”), per specializzarsi in un aspetto tematico dello stesso. In questo caso CHICORY trascende la divisione paura conosciuto/sconosciuto, (MIMULUS ASPEN), per farsi carico di questa paura affettiva. In qualsiasi caso la paura CHICORY è  rivolta verso la solitudine affettiva, il perdere influenze e fedeltà, il finire rimanendo solo….” E più avanti, riferendosi alla diagnosi differenziale tra CHICORY –HEATHER, aggiunge: “… Un aspetto differenziale importante è la mancanza di selettività nella selezione di interlocutori affettivi, che è quello che dimostra la drammaticità dello stato HEATHER quando sta al 100%. CHICORY, ancora può permettersi di scegliere con chi aprire i propri modelli, mentre HEATHER ha perso ogni meccanismo di autocontrollo; ha bisogno di attenzione immediata di checchessia.”

“La paura della solitudine di CHICORY, si trasforma in panico in HEATHER.” “… I CHICORY normalmente soffrono di un numero di malattie superiore alla media. La malattia gioca per essi un importante carta nella richiesta di attenzioni. Può servire anche da manipolazione e nel loro caso, di colpevolizzazione verso altri. In qualche modo facilita l’autocompassione, tanto presente in CHICORY. Naturalmente tutti questi meccanismi sono incoscienti e vengono motivati con il non sapere chiedere affetto in una forma più positiva.”
Più avanti dice: “HEATHER, è il campione degli ipocondriaci.” Conosciuta da tutti, è la tendenza ad esagerare del paziente HEATHER, che, come dice Mechthild Scheffer: “fanno montagne di un granello di sabbia.”
María Luisa Pastorino, fa un commento simile riferendosi al fatto che HEATHER, deve aggiungersi nel trattamento dell’ipocondria, a patto che si osservi che questo è un mezzo del paziente per ottenere compagnia in forma permanente.

Nella mia esperienza, tutti i pazienti ipocondriaci che ho avuto l’opportunità di trattare in quasi quindici anni di lavoro con essenze floreali, presentavano tratti CHICORY-HEATHER, senza eccezione.
E precisamente questo quadro clinico, consistente nella paura di soffrire di qualche malattia (organica), terribile che possa causare la morte, è uno dei temi principali nella “causa” della maggioranza dei sintomi fobici, attacchi di panico e/o disturbi ossessivo compulsivi. Ciò si verifica nel considerare che la maggioranza di questi pazienti si sono sottoposti ad innumerevoli studi clinici, (poiché uno non basta loro perché può essere realizzato male) che dimostrano incontrovertibilmente l’assenza di tali temute malattie.

Qual’ è allora il motivo per cui, nonostante la “buona notizia” che significherebbe per qualunque persona la non esistenza della malattia temuta, questi pazienti reagiscono negativamente?, come se “avessero bisogno” della malattia. Alcuni arrivano perfino ad offendersi ed ad arrabbiarsi, perché non sono compresi, (tratti tipicamente CHICORY-HEATHER), e dicono che, nonostante i risultati negativi degli esami, “hanno qualcosa“.
La maggioranza di questi pazienti sanno che la loro paura non ubbidisce a nessuna causa razionale, tuttavia quando si presenta loro credono che “la fine sia imminente” e che potrebbe sopravvenire la morte, nonostante che un’infinità di volte hanno avuto la stessa sensazione e questo non è mai successo. Generalmente, questi episodi “di morte imminente” durano 30 – 40 secondi, ed in altri casi, minuti.

Quando ero studente di psicologia ricordo un professore di psicoanalisi che normalmente ci diceva:
“… Non esiste in realtà la paura alla morte, questo è una forma mascherata di paura della vita…”
Effettivamente, nella maggioranza di questi quadri clinici può apprezzarsi una mancanza assoluta di protagonismo nelle situazioni più elementari della vita: maturità, indipendenza, responsabilità, (soprattutto in persone giovani), che normalmente affidano questi ruoli a figure significative del loro ambiente che finiscono “per farsene carico” (il compagno, in altri casi i genitori, amicizie vicine e, molte volte, la figura materna).
Quella “paura della vita”, con tutto quello che implica, con le sue sfide, con l’arrischiarsi e il compromettersi, compito del quale nessuno è esente, è la “vera paura” di questi pazienti.

Si sa che il principale meccanismo fobico è l’evitamento. Per mezzo dei meccanismi di difesa della personalità, questi conflitti si proiettano su altri temi che dissimulano la vera paura centrale con cui risulterebbe insopportabile avere a che fare in forma permanente.
Così, muovendosi verso altre tematiche, all’inizio possono essere evitati, con una forma più “comoda”, benché dopo, come si rileva in ogni fobia, il circolo si va chiudendo e la reiterazione dei sintomi si aggrava (ritorno della cosa repressa).
Un aspetto importantissimo in relazione a questi sintomi, lo costituisce il “beneficio secondario della malattia” che viene dato per la “comprensione, affetto ed appoggio”, delle persone  care alle quali va diretta questa richiesta incosciente.

La “sicurezza affettiva” per questi pazienti, rimane costituita da questa “protezione” del loro ambiente intimo che riassicura quella sete di affetto e, contemporaneamente, permette di “confermare” l’appoggio affettivo di coloro su cui si conta.
Tuttavia, i pazienti adulti che manifestano questa necessità, non maturano né crescono emozionalmente grazie a questo tipo di appoggi. E questo perché le loro domande sono realizzate da un luogo immaturo (infantile), della loro personalità, dove sono rimasti bloccati.  Sono “bambini” emozionalmente parlando.

Inoltre, quanto prima, il paziente ritorna “rafforzato” dagli atteggiamenti di iper-protezione delle persone che lo circondano, (ci sono molti aspetti dei tratti CHICORY) ed utilizza questi stessi meccanismi nuovamente per chiedere attenzione ed affetto. Non può esserci un trattamento adeguato, così si entra in un circolo vizioso da cui non c’è via di uscita
Al bambino, può essergli dato “tutto” senza chiedere niente in cambio. Possiamo ricordare che il Dr. Bach riferendosi a questo tema diceva che: “la paternità era un lavoro sacro, ma temporaneo.”
Se osserviamo la condotta di alcuni bambini con manifestazioni fobiche, in una certa misura “normali“, secondo la tappa della vita in cui transitano, potremo osservare come l’abbraccio materno, (essenzialmente), calma la paura notturna, o quello che fa irruzione attraverso un incubo. In altre parole: l’amore è il gran addetto alla cura della paura (e potremmo dire anche di tutte le altre sofferenze). Se il bambino si sente contenuto, protetto e “nutrito” le sue paure svaniscono, crescerà sicuro e fiducioso e, quando sarà adulto, sarà responsabile di sé stesso.

Tuttavia, il tempo di ricevere protezione ed attenzioni, è passato, è già lontano per questo tipo di pazienti che pretendono di rimanere nella posizione infantile, di chiedere e chiedere, senza riuscire a soddisfarsi mai e non diventando responsabili degli atti che esige la vita adulta. E’ risaputo che nonostante le carenze di cui tutti possiamo soffrire, le personalità CHICORY –HEATHER sono “insaziabili.” Cioè, soffrono ancora di insoddisfazione anche ricevendo quell’affetto tanto cercato e ciò è dovuto all’incapacità di “metabolizzare” adeguatamente i sentimenti che si ricevono dagli altri.
Per tale motivo, possiamo cogliere come questo tipo di pazienti, sono arrivati ad un’età adulta che possiamo definire come “incompleta ed immatura” con le loro pesanti carenze affettive, le quali sicuramente davanti ad altre circostanze nuovamente si manifesteranno –in maniera sempre perentoria – e dovranno orchestrare meccanismi indiretti per riassicurarsi l’ottenimento del contenimento affettivo, ricorrendo a condotte regressive.

La paura, nelle sue diverse manifestazioni, è una via straordinaria per fare questo tipo di richieste,soprattutto se altre manifestazioni sintomatiche non risultano oramai tanto efficaci. Nei bambini che ho citato come esempio, è in qualche modo comprensibile l’esecuzione di questi meccanismi, dato che stanno sviluppando la loro personalità ed è fattibile perciò osservare fino ad un certo punto questa condotta.
In molti casi i pazienti CHICORY-HEATHER manifestano un altro tipo di sintomi fisici o psichici che sono reali e risultano loro sufficienti per esercitare il loro dominio e le loro richieste.

Ma nel paziente ipocondriaco, questa speranza di “trovare” una malattia per tali fini svanisce per il risultato delle diagnosi, allora deve ricorrere alla sua fertile immaginazione e alle paure per “cambiare sintomi” o “creare una nuova preoccupazione”, sempre basata sull’auto-accentratura.
Può apprezzarsi con facilità come il paziente ipocondriaco migliora in compagnia delle persone a lui più care o di una compagnia che risulti significativa per lui. Al contrario, se vive solo, o se chi lo è venuto a visitare deve andare via, “casualmente“, può cominciare a sentire qualche tipo di malessere.

(..2^ parte articolo..  QUIla prima parte )

Si può dire che l’ipocondria è un tipo di fobia speciale, dove le paure non si proiettano tanto verso l’esterno come nelle fobie semplici, ma gli “oggetti persecutori“, sono interni, sono legati al proprio corpo e possono muoversi da un organo ad un altro. Si apprezza con facilità, l’incremento del narcisismo che si evidenzia nell’eccesso di auto-accentratura continuando a parlare di tutta la sua problematica (lt HEATHER

In alcuni casi, l’ossessione di soffrire di qualche malattia raggiunge i livelli arcaici del pensiero magico(ASPENCRAB APPLE).

Questo si manifesta per esempio in quei pazienti che non vogliono che sia nominata una determinata malattia (soprattutto il cancro), per paura di soffrirne.

Anche nel caso di malattie infettive – contagiose, le paure magiche sono molto intense. Ricordo un paziente ossessionato dall’idea di soffrire di AIDS che gettò nella spazzatura un paio di pantofole nuove, perché una di esse aveva una macchia rossa che lui presumeva essere sangue e che “avrebbe potuto  fargli contrarre la “malattia.”

Tuttavia, né questo, né altre misure che prendeva continuamente, lo liberavano da questa paura che, come ogni pensiero magico, si autoalimenta.

Ci sono alcuni varianti rispetto ai temi che normalmente sono soliti presentarsi, come per esempio quelle paure che non si proiettano specificamente nell’ambito della salute, né con nessuna situazione che possa esistere nell’ambiente circostante (come subire un furto o una qualche forma di aggressione). Mi riferisco alla: “paura che compaia la paura” o “paura della paura stessa” che normalmente predispone ad un’altra paura: “la paura di diventare pazzo….”

Queste varietà potrebbero affrontarsi con: ASPEN, SAINT JOHN’S WORT, GREY SPIDER FLOWER, DOG ROSE OF THE WILD FORCE E CHERRY PLUM, (per citare qualche esempio).

Molte persone con fobie semplici che non arrivano mai ad avere l’intensità di un attacco di panico, credono soffrire di questo tipo di manifestazione. A volte avere squilibri neurovegetativi come palpitazioni, oppressione al petto, (angoscia), etc., fa “presumere” l’imminenza dell’attacco di panico oppure questi stessi sintomi sono confusi con lo stesso, senza che questo arrivi a prodursi.

È molto conosciuta nella pratica clinica, la necessità di “compagno controfobico“, con la cui presenza il paziente si “anima” nell’affrontare le situazioni quotidiane che, da solo, non realizzerebbe Normalmente persone con fobie lievi “hanno bisogno” di questo tipo di accompagnatori. Si apprezza il fatto che quella compagnia è una forma indiretta di “sostegno” e “appoggio” che in moltissimi casi non compie niente di più che un semplice atto di presenza. Tuttavia è preferibile al vuoto che significa la “solitudine.”
Un paragrafo a parte merita la considerazione delle fobie che sono nate in conseguenza di situazioni di stress postraumatico, come avere vissuto un incidente, o vari tipi di aggressione dove si è stati in pericolo la vita, furti, etc. In questi casi si può o meno manifestare la successiva domanda affettiva nascosta dietro i sintomi. Ciò dipenderà dalla struttura di personalità precedente del paziente.

In caso in cui non ci sia questa condizione, queste fobie o le sequele che lo shock postraumatico ha lasciato possono essere trattate comodamente con essenze floreali e ciò abbrevierà il tempo di recupero, dato che il paziente non si “ancorerà” nella sua problematica, poiché a differenza delle altri varianti descritte in precedenza, il sintomo non è utilizzato come beneficio secondario.

Risulta evidente che nella gran maggioranza dei casi dove si valutano fobie acute, attacchi di panico e DOC,non c’è quasi mai esistenza di situazioni traumatiche precedenti che potrebbero “spiegare” la nascita e la causa dei sintomi.
ESEMPI CLINICI

Tenterò di dare esempi brevi dove la descrizione dei casi evidenzi quello di cui ho parlato in precedenza.
IVANA. 26 ANNI. SPOSATA. 2 FIGLI MASCHI RISPETTIVAMENTE DI 4 E 3 ANNI. SEGNO: SCORPIONE. DATA DELLA PRIMA CONSULTAZIONE, UNICA,: 15-5-03.
Ivana venne in consultazione spinta dalla madre, (insegnante di yoga e legata ai temi naturali). Penso che lo fece “per provare” o “per curiosità” e non per una reale convinzione di risolvere il suo problema. Dico questo perché fece un’unica consultazione, benché nella stessa rimanga assolutamente chiaro il postulato esposto in questo lavoro.

Mi spiega che si trova in trattamento psichiatrico da un anno perché ha “fantasie di morte”, ogni volta che le si sono manifestati semplici sintomi fisici. Il tema delle sue paure è tutto in relazione alla sua salute. Crede di morire. È fortemente ipocondriaca. E’ ovvio che l’esito di tutti gli esami che sono stati realizzati è risultato perfetto. Davanti a qualunque semplice sensazione chiama il suo terapeuta per consultarlo. Benché le sensazioni siano sempre le stesse e, alla fine non succede mai quello temuto (la sua morte). È curata con il Clonax (Clonazepan), e ne prende solo un quarto di pastiglia.

È insegnante di Educazione Fisica ed aveva una palestra che ha smesso di seguire quando sorsero i primi sintomi. Tuttavia il fatto di restare in casa le genera oppressione e disagio. È una persona assolutamente “assorbente” e richiedente, con tendenza alla drammaticità (tale per lei). Molto dipendente da tutti i suoi cari: “mio marito – i miei figli – mia madre – mio padre (sono separati e questa cosa le fa male, benché ambedue facciano individualmente le loro vite e senza problemi),- i miei fratelli.”

Tuttavia il principale soggetto delle sue domande è sempre il marito (professore di Tae-kwondo) a cui recrimina di lavorare troppo e avere troppo poco tempo per lei. A sua volta il marito la rimprovera di aver dovuto incrementare il suo livello di lavoro poiché Ivana ha smesso di lavorare nella palestra.

“Ho sempre discussioni con mio marito.”. La relazione con quest’ultimo non è del tutto soddisfacente. Ugualmente, Ivana è una persona insicura davanti a chi deve primeggiare, (decisioni, cambiamenti, etc), probabilmente questo è una delle cause sottostanti che l’ha spinta a “lasciare” la sua palestra ed i “sintomi” che sono iniziati in quel momento sono stati opportuni a generare il beneficio secondario, benché sia costantemente insoddisfatta e non si senta felice rimanendo nella sua casa.

Ma c’è “un dettaglio in più” che delinea con assoluta chiarezza l’essenza del conflitto. Federico, suo marito, è stato il suo fidanzato dall’adolescenza. A 17 anni, lui gli fu infedele e, pentito, glielo raccontò. Ad Ivana questa situazione non le andò giù per niente, benché proseguisse col fidanzamento e, successivamente si sposarono.

Tempo fa, Ivana ebbe un “riavvicinamento” con un amico della sua adolescenza, col quale aveva vissuto un effimera relazione amorosa in un momento dove il fidanzamento con Federico si era interrotto brevemente. Tuttavia, in quell’epoca, e data la breve durata di questa “tresca”, non ebbe relazioni sessuali con questa persona. Successivamente, ci fu una riconciliazione con Federico, il fidanzamento continuò, e quella relazione si dissolse.

Quando c’è questo ri-incontro Ivana ha la possibilità di “chiudere” la storia incompiuta con quell’amore romanzato e “vendicarsi” dell’infedeltà adolescente di Federico. Si sente molto bene con questa relazione ma questo uomo vuole qualcosa di più: le propone di sposarlo, ma Ivana sebbene non è felice con suo marito, neanche osa lasciarlo e vivere pienamente una nuova relazione… tuttavia nel frattempo continua coi suoi incontri clandestini e coi rimproveri e lamenti verso Federico, potenziati dai i sintomi e delle “sue paure.”

Si vede chiaramente quale è il vero tema del conflitto? La rimedi che le prescrissi in quello momento furono:

CHICORY
HEATHER
WALNUT
VERVAIN
Le prime quattro sono distinti aspetti della sua dipendenza affettiva, paura dell’abbandono, dipendenza, ed insoddisfazione amorosa che costituiscono il nodo centrale del problema. WALNUT può aiutarla a staccarsi dalla simbiosi ed essere realmente “indipendente”, scegliere la strada che vuole seguire nella sua vita, ma con la libertà della propria scelta. Infine VERVAIN, ha a che vedere coi suoi tratti di veemenza ed impulsività male incanalati e con la tendenza ad imporre i propri capricci, (come CHICORY).

Ivana non ritornò a consultarmi. Probabilmente aspettava una “risoluzione magica” delle sue “paure verso la morte”, cosa che gli psicofarmaci prescritti da un anno non avevano sradicato. Tuttavia, “ha bisogno” anche delle sue paure per attrarre ancora di più l’attenzione di suo marito, che non è raggiunta coi rimproveri e le richieste che lei abitualmente gli fa. “Curarsi” significherebbe inoltre non solo sradicare le paure, bensì  – cosa più importante – smettere di lamentarsi, tornare a lavorare, essere responsabile della sua vita, maturare affettivamente e decidere che cosa fare del suo matrimonio e del suo futuro.

GLADYS. 37 ANNI. SPOSATA. 2 FIGLI, UNA BIMBA DI 6 ED UN MASCHIETTO DI 3 ANNI. DATA DELLA PRIMA CONSULTAZIONE: 9-2-01.
Il suo motivo di consultazione: “claustrofobia e panico“, che iniziano quando il marito porta i figli da qualche parte. Si angoscia per “non averli.” Ha anche paura per sua madre che vive in una città a 110km. di distanza. In quell’epoca c’erano inondazioni nella zona dove abitava la madre.
Un’altra paura abituale in Gladys si genera quando deve abbandonare la propria casa o un punto di riferimento, per esempio per spostarsi in un altro posto o, direttamente realizzare un viaggio. È anche paurosa della morte.La parola morte mi precede…”

I suoi sintomi cominciarono a subentrare 10 anni fa, epoca in cui: avevo un lavoro che non mi piaceva e non volevo più lavorare. Un giorno “mi sentii male” sul lavoro. “Credevo di morire“. Tempo dopo ci fu una aggressione nello stesso posto e venne rinchiusa vicino al resto dei suoi compagni, in una stanza. “Mi sentivo soffocare.” Finalmente lasciò il suo lavoro. Ha iniziato un trattamento psichiatrico per questo motivo e gli venne prescritta Aropax (Paroxetina) che le dava effetti collaterali. Attualmente utilizza Rivotril (Clonazepan), ma tuttavia, con questa medicazione le sue paure non sono sparite. Rispetto ad altri precedenti della sua vita, Gladys ha un fratello gemello, ed il suo parto fu traumatico (nacque podalica). È assolutamente sensibile a tutto quello che significhi per lei una sensazione di esclusione affettiva. Manifesta apertamente un vissuto di abbandono. La solitudine, è stato sempre un tema chiave nella sua vita.“Parlo per ore al telefono con le mie amiche”

Da quando ha smesso di lavorare non realizza nessuna attività, ha troppo tempo libero e non si sente attratta da niente. Neanche si occupa della sua casa, dato che ha una persona incaricata per questo.

Afferma di andare “d’accordissimo” con suo marito che è più grande di lei di quindici anni. Ma più avanti si vedrà che questo non è così, al contrario, la relazione è abbastanza tesa.

Valutando i dati ottenuti nella prima intervista, si nota che sebbene c’è una personalità incline alla paura, sensibile a questo tipo di situazioni, ma ci sono state anche alcune situazioni traumatiche (parto podalico), il furto e la successiva reclusione nel suo posto di lavoro che possono servire per argomentare parte delle “cause” dei suoi sintomi fobici.

Possono apprezzarsi inoltre i nitidi sentimenti di esclusione, abbandono e solitudine che la paziente riferisce in seguito.

Un altro dettaglio importante è l’emergere del “beneficio secondario” che le sue paure diedero quando abbandonò il lavoro dove non si trovava bene.

La prima composizione fu:
RESCUE REMEDY- Per controllare i suoi “attacchi” e stabilizzarla.
STAR OF BETHLEHEM – Come un rinforzo per le situazioni traumatiche vissute.
ROCK ROSE – Per controllare il suo panico.
RED CHESTNUT – Perché la maggioranza delle sue paure si riferiscono alle persone care
CHICORY – Per i suoi profondi sentimenti di esclusione ed abbandono.
Seconda consultazione: 8-3-01:

Mi dice che è stata “più o meno….” Durante il mese ha vissuto due o tre situazioni di claustrofobia. Qui emerge l’atteggiamento del marito che non riesce a contenerla per niente quando si trova davanti ai suoi sintomi. Affiora anche in lei un meccanismo di sottomissione alla figura del marito.

Lui per mantenersi svolge un’attività illegale: è capitalista di giochi d’azzardo clandestini (totocalcio). In questa situazione, la ricetta è la seguente:
STAR OF BETHLEHEM – Per continuare a lavorare sulle cose traumatiche, questa volta senza R.Remedy.
ROCK ROSE – Per le paure, (si mantiene).
RED CHESTNUT- Per le sue paure e simbiosi con le persone care.
HEATHER- Per i suoi sentimenti di solitudine, (in sostituzione di CHICORY).
CHERRY PLUM- Per la sua paura della mancanza di controllo davanti all’irruzione del panico.
CENTAURY- Per la sua sottomissione al marito

Terza consultazione: 6-4-01:   

Arriva e commenta: “mese abbastanza buono” E’ andata ad una festa nella città dove vivono i suoi parenti. Era il compleanno di un nipote. Non pensava di andare, per l’angoscia che le viene sempre nel trasferirsi, uscire dal suo “ambiente.” Suo fratello l’ha chiamata per invitarla. “Sono stata contenta che mio fratello mi avesse chiamato .”
Affrontò bene il viaggio, benché ci fossero vari fattori a sfavore: la distanza, il viaggiare di notte e gli atteggiamenti rigidi di suo marito che l’ha portata ma si è poi rifiutato di andare alla casa dei suoi suoceri, perché “non li sopporta.” Per il viaggio di andata prese una minima quantità di Rivotril.
Durante il viaggio si sentì bene. Inoltre, è da notare che ci non sono mai stati problemi di paura nel viaggio di ritorno a casa sua.

Nel giorno del compleanno andò a visitare un’amica, con cui nella chiacchierata che tennero, le raccontò l’episodio traumatico in cui qualcosa l’aveva spaventata, ed aveva dovuto ricorrere allo psicofarmaco.
Si sentì più decisa nella suo relazione limitata di fronte al marito. Davanti ad una risposta inadeguata gli rispose: Devi pensare a come mi dici le cose…
Nel colloquio commenta: “Mi devo convincere che Oscar, sta incominciando ad invecchiare.”
La mattina si alza positiva cominciando le giornate che non anticipa subito con aspettative negative: il suo giorno sarà come sarà, benché mi spieghi che teme di “essere sorpresa” dalla paura.
Mi dice anche: “Ho voglia di occupare il mio tempo.”

La nuova ricetta rimane integrata nel seguente modo:
STAR OF BETHLEHEM – si continua
ROCK ROSE – si continua
RED CHESTNUT – si continua
HEATHER- si continua
CENTAURY- si continua affinché continui a fortificarsi
ASPEN- Per evitare sentimenti di anticipazione

Quarta consultazione: 5-5-01:

Il giorno 20-4-01, si ruppe la boccetta preparata il mese precedente, quindi prese i rimedi floreali solamente per 14 giorni, mantenendosi 15 giorni senza medicazione, fino ad arrivare alla presente consultazione.
Qui i risultati sono molto buoni. “E’ andata bene.” “Non mi sono turbata.” Sono uscita abbastanza. Si destreggia con la sua auto, (necessita sempre che la portino). Ha avuto l’opportunità di effettuare un’altra uscita ed era disposta a farla, ma ha perso l’opportunità a causa di conflitti col marito. Ciò nonostante rispetto all’episodio dice “l’ho presa in maniera diversa“.

Nonostante ciò si nota che ancora non si azzarda a “emanciparsi“, dal marito. Sarebbe potuto andare da sola a quell’invito e non lo ha fatto.
Sta attuando altri cambiamenti come quello di non prendere lo psicofarmaco (Rivotril). Si continua ad alzare con ottimismo, balla e si diverte, (nella sua casa).
Ha diminuito notevolmente la paura per i suoi figli. Commenta che fisicamente si sente bene, solo un po’ di tosse, ma bisogna considerare che consuma venti sigarette al giorno e che fuma molto più stando da sola(questo è un tratto molto comune nei pazienti HEATHER che mangiano o fumano abbondantemente quando sono soli, per tentare di riempire il loro vuoto affettivo).

Si azzarda anche ad affrontare il marito ed arriva a dirmi:  “So che mi dovrei separare.” Riconosce la sua dipendenza:  “Ho tutte le comodità. Mi sento appagata” Nonostante una relazione tesa con suo marito, lui dá a Gladys tutto il denaro di cui lei necessita, e che lei spende compulsivamente.
Attualmente ha previsto di sistemare la sua bocca perché non le piace l’immagine del suo sorriso, i suoi denti, perciò deve ricorrere all’odontoiatra, ma le pesa il fatto che anche questo le genera paura.

Magari fosse questo l’unico punto dove non ha rimproveri né conflitti. Oscar utilizza il denaro con Gladys perché anche lui ha paura di perderla, visto che è una donna molto più giovane di lui. Tuttavia nella parte affettiva, è sempre graffiante col suo vocabolario e, come già ho detto, non riesce mai a contenere le crisi fobiche di sua moglie. Al contrario, normalmente la rimprovera che “non si cura mai di questo….”

La ricetta è la seguente:
ROCK ROSE- si mantiene. Invece ho rimosso STAR OF BETLEHEM.
RED CHESTNUT – Considero ancora necessario manterlo.
CENTAURY- Continua ad essere necessario.
CHICORY– alterno questo fiore nel suo uso con HEATHER, per lavorare sulle carenze.
CHERRY PLUM – Per il tema della spesa compulsiva.
CRAB APPLE – l’includo per l’autoimmagine alterata, il non piacersi per la sua dentatura.

Quinta consultazione: 8-6-01: 

Ha effettuato un nuovo viaggio, ma come di consueto l’ha portata suo marito dalla cui compagnia non può prescindere. Durante il viaggio si è sentita bene.
Ha visitato una zia malata di cancro e, quella notte non è riuscita a dormire bene. E’ tornata anche a preoccuparsi per sua madre. Sta realizzando il trattamento odontoiatrico, ha solo avuto momenti di paura molto brevi.
Quando le chiedo quanto le dura la sua sensazione insopportabile di “panico“, mi risponde che in tutti i casi: “tre o quattro secondi”, e che, generalmente, dopo non si ripetono.
Dice che, sessualmente, è più predisposta con suo marito, dato che normalmente sotto questo punto di vista si tirava indietro davanti ai conflitti abituali.
Rispunta l’attaccamento simbiotico coi figli. Commenta anche che rimpiange le sue amiche (di Buenos Aires), e che dove vive si annoia.

Nuovamente sottolinea la relazione conflittuale con suo marito e riconosce la sua convenienza nel rimanere, benché “non lo sopporto più...” ( di questa cosa inoltre ne ha parlato con un’amica).
In questa opportunità mi dice che utilizza vari “portafortuna” che sono oggetti comuni ai quali attribuisce in realtà quel valore (un libro, il suo walkman, ed un crocifisso), e che normalmente porta quando viaggia.
Cerco di incentivare la possibilità che affronti qualche attività che le dia piacere, per occuparsi di sé stessa, dato che come già detto in precedenza, Gladys non fa assolutamente niente nella sua vita, non effettua neanche le attività domestiche.

Non mi riferisco ad un lavoro perché sono cosciente che non lo farebbe. Tuttavia c’è in Gladys un atteggiamento di apatia e passività che è parte proprio del suo “vuoto.” In questa occasione lo prescrivo:
ASPEN- Per il contenuto “magico” di quelli che chiama i suoi “portafortuna.”
CHERRY PLUM- Perché l’unico “piacere” sembra essere comprare e comprare.
HEATHER- Per le sue carenze affettive.
WHITE CHESTNUT – Per la sua insonnia e preoccupazioni per la madre e la zia.
WILD ROSE- Per tirarla fuori dall’apatia ed apportarle interesse per la vita.
SWEET CHESTNUT – Perché benché stia meglio, teme di cedere proprio nei passi decisivi della “trasformazione.”

Dopo questo quinto colloquio, Gladys non è più venuta, nonostante i frutti e i risultati che aveva ottenuto.
Penso che ci siano due motivi per comprendere questa resistenza.

Il primo di essi ha la base nella diminuzione di quello che lei chiama i suoi “attacchi di panico” che non le risultano ormai tanto utili come “beneficio secondario“. Rispetto a questo punto, ricordo l’espressione da lei detta “mi sento appagata” e “ho tutte le comodità“, in relazione al denaro che le passa suo marito, in contrapposizione ad altre frasi come “so come che mi dovrei separare...” e “… non lo sopporto più.” È evidente che nella lotta tra queste due tendenze, ha vinto la prima, e Gladys ha scelto ovviamente l’opzione più “comoda“, benché questo significhi arenarsi nel suo sviluppo vitale.

Il secondo motivo, circa la sua resistenza, è la sua passività assoluta, e la mancanza di motivazione nella vita.
Nell’ultimo colloquio le indicai l’importanza di fare qualcosa nella sua vita riguardante i suoi interessi, (l’unico interesse sembrava essere spendere il denaro di suo marito). Le suggerii di cercare qualche attività, non necessariamente un lavoro, qualche hobby, studiare qualcosa.

Credo che quest’ultimo suggerimento non le piacque molto (bisognava mettersi all’opera), ed è potuta essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso.  Se i suoi “sintomi” si erano calmati ed ora bisognava girare lo sguardo verso il protagonismo, la maturità e l’indipendenza, questo era troppo per lei e, come per ogni paziente fobico, il meccanismo è l’evitamento.

Oltre ai conflitti con il compagno che Gladys evita di affrontare, dovrebbe per lo meno canalizzare la propria energia creativa, questo potrebbe apportare sfumature differenti ad una vita tanto vuota.
Questo “vuoto” può portare a breve termine, (se non si occupa di sé stessa), ad una forte depressione con associate delle carenze affettive che lei si trascina, dalla sua infanzia e nel suo attuale matrimonio, (benché le voglia dissimulare, le ha riconosciute).

Queste carenze, non sono state trattate quanto basta, dato che cinque mesi non è un tempo utile per considerare compiuto un trattamento di questa indole.
In questi due esempi citati, può apprezzarsi come si realizza e si percepisce nitidamente attraverso la storia clinica, ciò che è stato presupposto nell’ipotesi di lavoro.

liberamente tradotto da Antonella Napoli tratto dal sito www.laredfloreal.com

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